Amore che torni – Negramaro

Posted By interessati on Lug 21, 2018 |


La chiave per comprenderlo, questo “Amore che torni“, è rappresentata proprio dallo scioglimento sventato: ad ascoltare i dodici pezzi contenuti all’interno dell’album si ha la sensazione di vedere i componenti del gruppo che camminano su un ponte sospeso, pronto a crollare da un momento all’altro. Il mood è inquieto, ansioso, come suggerisce il pezzo d’apertura, “Fino all’imbrunire” – che è stato anche il singolo apripista del disco: l’atmosfera è tesa, la ritmica frenetica (con quei vortici di synth in stile “Stranger things”) e il testo è quasi parlato con un tono di preoccupazione (come ad auto-convincersi che sì, i vecchi tempi torneranno).

Se vi erano piaciuti gli inediti contenuti nella raccolta del 2012 e le canzoni del precedente “La rivoluzione sta arrivando”, potreste avere qualche difficoltà a masticare questi nuovi pezzi: “Amore che torni” è forse il disco più “difficile” tra quelli che i Negramaro hanno pubblicato negli ultimi anni, il meno immediato e il più complesso, quello che richiede più di un ascolto per essere compreso.
Più che tornare al pop-rock degli esordi, a livello di suono Sangiorgi e compagni recuperano il rock elettronico di “Casa 69”. Se gli ultimi lavori contenevano solo qualche traccia di elettronica sparsa qui e là, stavolta con i suoni elettronici ci vanno giù pesante: la cifra stilistica del disco è rappresentata dal tappeto di sintetizzatori e di batterie elettroniche che fa da sottofondo a quasi tutti i pezzi. Però si tratta di un’elettronica vintage, analogica: le batterie sono sì triggerate, ma suonate, e le chitarre hanno trovato una strada più semplice e meno virtuosa rispetto a “La rivoluzione sta arrivando”. E per le ballate, che sono sempre stata una costante nei dischi della band, qui c’è poco spazio: le canzoni sono tutte molto ritmate e anche pezzi come “Mi basta e “Amore che torni”, che partono come ballate, alla fine si trasformano in pezzi rock (“Ci sto pensando da un po’”, invece, è una ballata esistenzialista, che parla di un bilancio: “Ci sto pensando da un po’, sarebbe forse meglio poi sparire? / per non doversi accontentare, costretti a sorridere di più”).

Alla fine del ponte ci arrivano incolumi, ma col fiatone. E quando arrivano dall’altra parte della sponda si guardano indietro e capiscono che il peggio è passato, che la crisi è solo un ricordo lontano. “A volte può sembrare che tutto sia finito. Un attimo dopo ti guardi le mani, le sollevi al cielo e copri le nuvole: affferrandole, le riporti in giù, nascondendole dietro la schiena. Fino al prossimo sole, fino al suo imbrunire, per vedere meglio le stelle e rassicurarle che domani sarà ancora un nuovo inizio”, sussurra la voce della nipote di Sangiorgi alla fine del disco. Un sospiro di sollievo.

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